Territorialità

LA CULTURA NEL CIBO

posted by Martina Crescenzi agosto 3, 2012 2 Comments

    “La cucina di un popolo è la sola,esatta testimonianza della sua civiltà”

Anonimo   

Concettualmente parlando, il termine cultura racchiude tutto ciò che di simbolico trasmettiamo e dunque intrinsecamente impariamo. Per i latini, la cultura era sinonimo di coltivare ma secondariamente questo concetto si espanse a tutte quelle situazioni della vita le quali richiedevano estrema cura.
Il cibo,essenziale alla vita in quanto fonte di nutrimento,diviene trasformazione sociale con l’invenzione della cucina. Il passaggio dal crudo al cotto,dall’odore selvatico all’aromatizzato, autodifferenzia l’uomo dal resto della natura. Quando la persone incominciano a condividere il cibo attorno ad un fuoco ad orari regolari, è qui che nasce la cultura. Ora, il cibo inizia ad assumere un linguaggio universale il quale definirà gruppi sociali ben distinti e variabili nel corso del tempo.

La diseguaglianza, implicita nell’evoluzione, viene portata avanti dal cibo il quale diviene discriminatore sociale,indicatore di ceto. Inizialmente, più che il tipo di alimento e la sua modalità di preparazione, era la quantità che contava. Un grande appetito era considerato segno di prestigio,di ricchezza,di forza fisica (oltre alle vittorie in battaglia venivano tramandate le grandi “imprese di stomaco”).

Nell’Europa moderna,l’eccesso alimentare cominciava ad essere repellente ed inoltre la mera quantità non poteva rimanere il solo criterio di nobiltà. La varietà dell’alimentazione iniziò a divenire indice di prestigio in quanto,essendo il commercio a lungo raggio rischioso e costoso,avere sulla propria tavola alimenti derivanti da climi differenti indicava grande ricchezza ed onore. Così come di grande effetto erano i piatti fuori stagione, simbolo della potenza dell’uomo nei confronti della natura.

I banchetti dei regnanti creavano alleanze politiche, parentele, vincoli di lealtà e mettevano insieme culture relative all’atto del mangiare differenti: l’orientale eruttava se gradiva, anche se per l’occidentale codesto atteggiamento era sintomo di mala educazione. Quest’ultimo però, poteva tranquillamente mangiare i sottaceti dopo aver finito la zuppa, cosa che in Giappone non era molto apprezzata.

Dunque, questi diversi comportamenti sottolineano quanto il cibo sia interiorizzato ed interpretato dai vari popoli. La cosa sorprendente è che la differenza in alimentazione non stimola mai la contrapposizione, ma diviene argomento di confronto conoscitivo il quale porta alla crescita, all’unione.

In molte culture, come in altrettanti periodi storici, l’appetito smodato veniva considerato come “barbaro” mentre il mangiare semplice era sinonimo di gentilezza. Confucio parlava di cibo austero,fresco e gradevolmente presentato mentre ,Cesare Augusto, preferiva il cibo della gente comune perchè il rifiuto allo sfarzo era segno di aristocrazia.

Il cibo dunque, ha creato l’identità culturale dei popoli ed i cambiamenti relativi alla sua considerazione indicano l’evoluzione della storia e del pensiero umano. Ripercorrere la storia dell’alimentazione significa interpretare la società perchè d’altronde, quando si va in un’altro Paese, ci si ricorderà il monumento più bello e la sua gastronomia.

 

 

PER APPROFONDIMENTI:

  •     Felipe-Fernàndez-Armesto “Storia del cibo”,Bruno Mondadori.
  •     Massimo Montanari “Il cibo come cultura”, Laterza.

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2 Comments

marco agosto 22, 2012 at 9:01 am

complimenti, articolo davvero interessante

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Martina Crescenzi agosto 22, 2012 at 11:21 am

La ringrazio,gentilissimo.

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